Presa la decisione di uscire da una situazione di violenza, non comincia una strada già tracciata. Si parte, spesso, da un piccolo passo: trovare un luogo sicuro, recuperare un documento, accompagnare i figli a scuola, capire come affrontare una pratica. E poi un altro.
Perché ricominciare non significa lasciarsi tutto alle spalle in un giorno. Ci sono paure che tornano, tempi burocratici che si allungano, un lavoro che può mancare, un figlio che ha bisogno di attenzione. Anche quando la decisione è stata presa, la quotidianità continua a presentare i suoi imprevisti.
Per questo pensiamo alla rinascita come a un percorso da fare insieme, rispettando i tempi di ciascuna donna e tenendo sempre presente il benessere dei suoi figli.
È da questa idea di accompagnamento che nasce il nostro lavoro del Progetto Fenice.
Con il Progetto Fenice ci facciamo carico a 360 gradi della donna e, quando ci sono, dei suoi figli. Non significa soltanto dare loro un nuovo appartamento, ma costruire intorno a loro condizioni concrete per ripartire. All’inizio può esserci bisogno anche di cose semplici, come i pacchi viveri. Poi arrivano le pratiche, le attese e il peso della burocrazia: per una separazione può servire anche un anno e, nel frattempo, diventa più difficile accedere a benefici legati all’ISEE o allo stato di famiglia. Gli appartamenti che mettiamo a disposizione sono dignitosi, funzionali e già arredati; chi li abita può poi renderli propri.
E soprattutto costruiamo fiducia: perché per ricominciare bisogna prima poter sentire che qualcuno c’è.

Una storia di violenza in famiglia, simile a quelle che quotidianamente affollano i giornali e le tv. Un uomo violento e con turbe psichiche.
Una moglie troppo “remissiva” e che nel tempo era arrivata a subire molto più del dovuto, troppo. Una donna che, diventata madre, aveva cercato nell’affetto dei suoi bambini quell’affetto che non aveva più dal compagno della sua vita, ma che così facendo, senza accorgersi, aveva aumentato la rabbia del marito, il suo sentirsi rifiutato, escluso, e che aveva aumentato anche la sua violenza. E le botte si sono, così, “allargate” anche ai bambini.
Fino a quando una volta sono diventate troppe e l’hanno spaventata perché le hanno fatto intravedere il rischio che stavano correndo lei e i suoi figli. E così, finalmente ha trovato la forza per spezzare quel legame “malato”, sfidando la paura che l’aveva attanagliata per anni.
Quando l’abbiamo incontrata per la prima volta, Matilde era una donna terrorizzata, che non pensava fosse possibile ripartire, che non riusciva nemmeno ad accettare dei suggerimenti perché non credeva possibile proteggersi dal marito, dalla vita. Ma non ci siamo arresi e l’abbiamo accolta in uno dei nostri appartamenti protetti e, piano piano, la vita è ripartita.
Fare un progetto con una donna vittima di gravi maltrattamenti e violenza significa aiutarla a ricostruirsi una rete di supporto, sia con la propria famiglia che con i vari Servizi che possono aiutarla nella vita quotidiana ma anche renderla capace di essere autonoma nella soluzione dei vari problemi. Matilde ci è apparsa fin da subito una donna forte e con tante risorse ma inconsapevole delle sue capacità, e che anzi si vedeva come debole e dipendente dal marito.
Nel tempo Matilde ha riconquistato il coraggio di vivere, partendo proprio dalla casa che Cena dell’Amicizia le ha dato ma anche dal confronto con operatori e volontari che l’hanno supportata, incoraggiata, consigliata e soprattutto affiancata nelle piccole come nelle grandi scelte che si è trovata davanti. In questi anni Matilde ha via via capito che riconquistare la fiducia nella vita era l’unico modo per proteggere e crescere adeguatamente i suoi figli.
Ora la sua situazione è stabile: ha un lavoro regolare e che le piace molto, ha ripreso i rapporti con la sua famiglia di origine, ha tante amiche, i suoi figli sono cresciuti e si avviano a fare scelte “da grandi”. Infine è anche riuscita ad acquistare un appartamento dove si è trasferita.