I cambiamenti nella grave emarginazione- Homelessness in Italia

Il 3° capitolo del libro edito dalla fio.PSD Homelessness in Italia- che vi stiamo raccontando a puntate – prova a trovare delle linee di cambiamento nei bisogni dei senza dimora e nei servizi offerti per fare loro una risposta.

Per comprendere i cambiamenti avvenuti in questo ultimo decennio nelle storie, nei bisogni e nei percorsi di recupero lo studio ha analizzato le schede delle persone accolte tra i 2008 e il 2019 presso i centri di residenzialità gestiti dall’associazione Opera Diocesana Betania Onlus di Udine.

Nel riportare i risultati dello studio ricordiamo il carattere multidimensionale della condizione di senza dimora e quindi, utilizzando le parole di un educatore dell’Associazione non si può tipizzare perché c’è di tutto, dalla dipendenza alla salute mentale ai problemi socio economici. Inoltre si riscontra una sorta di catena per cui una persona prima incontra una difficoltà poi un’altra: perde il lavoro, poi la casa poi entra nelle dipendenze. Sono persone che nel tempo hanno creato una situazione che li ha portati a perdere tutti.

Tra tutte le problematiche che compongono le diverse situazioni quella delle relazioni familiari sembra però essere una costante e avere una importanza maggiore rispetto al passato; si tratta di una rete familiare non supportiva o problematica oppure di familiari con i quali la persona accolta non ha rapporti. Mentre un tempo l’inizio del processo si presentava legato soprattutto a una prolungata condizione di dipendenza da sostanze, che aveva portato la persona a collocarsi sempre più ai margini delle relazioni sociali e familiari e a compromettere la propria capacità di mantenere un lavoro e una abitazione, oggi pare sia legata soprattutto alla fragilità dei rapporti intrafamiliari, alle dinamiche conflittuali o complesse che innescano e alla difficoltà dei componenti del nucleo familiare di affrontare i compiti di sviluppo che accompagnano la crescita dell’individuo e della famiglia.

Un ulteriore cambiamento si può rilevare nelle possibilità che le persone hanno di trovarsi coinvolte in processi di emarginazione e di intervenire per modificarli. Mentre dieci anni fa se vi erano molte probabilità di entrare in tali processi se ne registravano altrettante a disposizione per uscire oggi sembra che all’aumento delle prime corrisponda una riduzione delle seconde con riferimento sia a quelle individuali della persona sia a quelle del contesto sociale, lavorativo e dei servizi.

 Parimenti si riscontrano dei cambiamenti anche nella modalità di aiuto offerta dall’associazione: il cambiamento più significato è stato il passaggio da un approccio standardizzato, scandito in fasi e attività predefinite a un approccio personalizzato, che individua tempi e azioni in base all’effettiva risposta della persona. Da un approccio che cerca di colmare bisogni e carenze a uno che mira a promuovere capacità e funzionamenti ossia le abilità della persona di convertire le risorte a disposizione nelle condizioni di vita effettivamente desiderate.

All’epoca il paradigma era molto efficentista, molto basata sull’idea che se si regolavano alcuni aspetti molto concreti della vita delle persone – ad esempio se dai un lavoro, le fai smettere di bere- in qualche maniera la vita felle persone si regolerà. Ma questa è solo una parte della verità ma di per sé non sta in piedi perché la storia delle persone che noi incontriamo è una storia in cui la sofferenza inizia nell’infanzia, la relazione primaria comincia ad avere dolore già nell’infanzia e un dolore così antico non lo metti a posto con una borsa lavoro. (Psicologo dell’associazione)

Inoltre un tempo la persona entrava in comunità quando i tentativi di risolvere le sue dipendenze restando a casa erano fallite e di conseguenza la persona entrava in comunità con la sensazione di sapere esattamente quale fosse la problematica da affrontare. Negli anni più recenti invece l’accoglienza ha cominciato a riguardare sempre più spesso persone che non hanno un posto dove stare, per le quali l’esigenza di un tetto è prioritaria rispetto agli altri bisogni dai quali però spesso è derivata. Spesso la persona non è consapevole di questo, non ha riconosciuto le altre problematiche e non ritiene di doverle affrontare. Per questo, una parte rilevante del lavoro degli operatori consiste proprio nell’accompagnare la persona a riconoscere i propri bisogni e a decidere di affrontarli, a creare la motivazione in lui a fare un percorso. Spesso l’assenza o carenza di consapevolezza deriva dalla particolare complessità della situazione che queste persone vivono, dalla multidimensionalità e dal carattere di urgenza di alcuni bisogni tra i quali spica l’abitazione. Per questo l’associazione ha investito molto nel potenziamento delle competenze degli educatori in merito alla valutazione dei bisogni e dell’ascolto e si è dotata di strumenti di valutazione e di progettazione con cui analizzare le situazioni e riflettere su di esse secondo criteri intersoggettivi. Oggi il lavoro di gruppo sia inteso come gruppo formato dagli operatori sia inteso come gruppo composto da ospiti e operatori, è quindi molto più utilizzato rispetto a qualche anno fa.

Vuoi rileggere gli articoli precedenti?

Per rileggere il riassunto del primo capitolo- i servizi di assistenza creano i senza dimora – clicca qui

Per rileggere il riassunto del secondo capitolo- profili sociali e biografici degli homeless di Cosenza clicca qui

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