La Cena e l’etica del lavoro

  • Quando nel 1985, a 18 anni o poco più, sono entrato nel salone della Cena del Martedì ho avuto una rivelazione.

    I ragazzi e le ragazze che stavano seduti a tavola erano tutti bellissimi. Sì sa, gli eroi sono tutti giovani e belli, ma c’era qualcosa d’altro. Poi ho capito: era l’Ospite seduto di fronte a loro che li “illuminava”: nei sorrisi, nei gesti, nella felicità di condividere un momento quotidiano ma importante. Mi sono affrettato ad entrare a far parte di questa schiera angelica. Qui ho imparato prima di tutto che servire a tavola non era solo mettere la minestra nel piatto, ma condirla con una battuta e… a non appoggiare mai mai mai il mestolo nel piatto! Si inizia dalle basi!

    Nel 1989 crollava il Muro di Berlino e venivano costruite le mura del Centro Notturno Maschile d’Accoglienza, dove a maggio ho preso servizio come obiettore di coscienza. Un’esperienza intensa dove – con la burbera guida di Ermanno – in un anno ho cambiato il mio rapporto con le pulizie di casa (“ti pare che sia pulito?!” era la frase più ricorrente del Presidente) e il mio approccio alla cucina, che è diventato un modo di “prendersi cura” degli Ospiti e di raccontare qualcosa di me, assecondando una parte narrativa che ogni tanto tornava a emergere tra il diritto privato e la criminologia.

    Nel tumultuoso periodo universitario prossimo alla tesi ho poi cominciato a collaborare con Cena dell’Amicizia, affiancando Ermanno nella ricerca di fondi e altre incombenze. L’esperienza durò poco: la mia figura era quella di un fundraiser “ante litteram” e in quegli anni i cordoni della borsa si stavano chiudendo. Ma proprio in quel periodo Cena dell’Amicizia, attraverso la Federazione italiana degli organismi per le persone senza dimora, mi spedì un mese in Olanda con una sporca dozzina di assistenti sociali ed educatori italiani a vedere come si organizzava l’accoglienza nel Paese dei tulipani. Tant’è che la mia sudata laurea in Giurisprudenza si chiuse con una tesi sul tema della (scarsissima) pertinenza tra homelessness e criminalità. Anche se l’abbraccio “accademico” me lo tributarono, ahimè, solo alcuni Ospiti di Cena.

    Bene, ho una laurea e ora? Lo confesso, non mi vedevo in giacca e cravatta a Palazzo di Giustizia. E forse la “giustizia” stessa era un concetto che Cena mi aveva costretto a guardare da altre angolazioni. In quegli anni l’Opera San Francesco cercava “educatori”. Non saprei definire la mia reale professione di allora, ma la parola che gli si avvicina di più è domatore. L’immagine più vivida è stile FAO: sono arrampicato sul cancello d’ingresso con i biglietti che danno diritto a un pasto e decine di mani di uomini da tutti i Paesi del mondo accalcati che si protendono per strapparmi il sospirato tagliando. Oggi l’ingresso è regolato con tessera elettronica e tornelli. Non era sempre così, ma la mia idea era che il rapporto con le persone – che qualcuno cominciava a chiamare “utenti” – dovesse essere molto diverso.

    L’occasione successiva arrivò poco dopo grazie al CAST. No, non a Cinecittà ma al Centro Assistenza Sociale Territoriale, associazione milanese che da sempre collabora con Cena dell’Amicizia. Lo staff della piccola comunità d’accoglienza maschile – da cui il Centro maschile di Cena aveva mutuato alcune regole – era ben assortito e mi sentivo nel mio ambiente naturale. E ho avuto l’occasione di verificare come le strategie di relazione sperimentate da obiettore alla Cena fossero spesso efficaci con gli Ospiti, uomini provati da dipendenze, disagio psichico, strada. Certo, tre sere e notti alla settimana erano pesanti per la mia vita sociale di ventisettenne. Così, dopo un paio d’anni, non mi lasciai scappare l’occasione offerta dal Centro San Marco, altro partner storico di Cena dell’Amicizia: questa volta mi proposero il ruolo di “coordinatore” dell’omonima cooperativa sociale, che faceva traslochi, restauri, giardinaggio e i cui lavoratori arrivavano dai centri di accoglienza milanesi. Affettuosamente, li definirei scombinati di prima categoria. Coordinare significava però metterci le mani e pure la schiena: ogni mattina, dopo il coffee-check partivamo con un Ducato scassato per trasportare mobili e sgomberare cantine. Il mio lavoro era, tra l’altro, convincere Ugo che non fosse educato spegnere i mozziconi sul parquet di faggio dei clienti più abbienti.

    Nel frattempo, tra 1994 e 1995 nascevano in Italia i primi “giornali di strada”. La scrittura era la mia passione abbandonata tra un codice e una sentenza. Cominciai una intensa collaborazione con Terre di mezzo, testata venduta soprattutto da irresistibili ragazzi senegalesi. Dividevo il mio tempo tra i traslochi e le inchieste, arrivando in redazione con eleganti galoches marroni stillanti fango. Il mio primo pezzo giornalistico era un resoconto sulla Cena del martedì, assai oleografico, tanto da essere segnato a dito dai miei colleghi più esperti. Ma anche la redazione in qualche modo era una comunità e io ci stavo bene, tanto che a fine 1998 decisi che la parola scritta era la mia strada maestra e la imboccai decisamente, iniziando il praticantato che nel 2001 mi avrebbe condotto al giornalismo professionale.

    Ma non avevo dimenticato da dove venivo. Nel 1999 proposi a Terre di mezzo di organizzare un evento, precursore del flash mob, la Notte dei senza dimora, in cui i cittadini erano invitati a mettersi per una notte nei panni di una persona senza dimora: la tradizione si è perpetuata fino ad oggi.

    Da allora ne sono passati di articoli, libri e comunicati stampa sotto i ponti! Dopo la fiera Fa’ la cosa giusta!, dopo Aragorn, agenzia di comunicazione per il non profit, dopo la Homeless World Cup, evento di respiro mondiale con squadre di calcetto formate da senza dimora che ho contribuito a portare a Milano, dal 2009 sono l’editor di Altreconomia, rivista ed editore che si batte per un’economia e una società più giusta ed equa: ci vedete qualcosa di familiare?

    Cena dell’Amicizia, per farla breve, ha influenzato profondamente anche la mia vita professionale: gli anni da volontario e obiettore sono stati un’educazione sentimentale al lavoro la cui ombra si è proiettata ben oltre le mansioni che mi erano affidate, per comprendere le relazioni con i colleghi, i rapporti professionali e una qualità del fare che – non spetta a me dire se ci sono riuscito – ho sempre ricercato. Oggi per Cena collaboro al notiziario e sto curando il libro di ricette del cinquantenario dall’eloquente titolo “Cen’è per tutti”. Imperdibile!

    Massimo Acanfora

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