50 anni di Cena dell’Amicizia

  • Un’associazione è come una persona, non si può raccontare solo con i numeri. Provate con un vostro amico: 50 anni, 3 figli, un cane bassotto, due automobili, 32.000 euro l’anno di reddito… Ma che cosa sappiamo davvero di lui, del suo carattere o delle sue aspirazioni? Perciò non vi annoierò con dati di bilancio e altri numeri. Voglio che la “mia” storia della Cena vi coinvolga e – se ne avete fatto parte – vi permetta di riconoscervi in un frammento o in un sentimento comune.

    La prima Cena fu l’8 maggio 1968, ma come ogni nascita era stata preceduta da un periodo di gestazione: un gruppo di ragazzi dell’oratorio, guidato da Don Franco Pozzi, voleva sperimentare un modo per incontrare i poveri. Così durante l’estate avevano fatto un campo di lavoro in Francia per conoscere la realtà di Emmaus, fondata dall’Abbé Pierre, che chiamava le sue comunità per senza dimora “ospedali dell’anima”; quell’esperienza era stata la scintilla che aveva fatto nascere la voglia di avvicinare i più poveri, i senza tetto, come quelli che tutti i giorni si vedevano sulle panchine di Piazza Leonardo; e il modo più immediato era quello di invitarli a cena e sedersi a tavola con loro. Non fu facile, c’era diffidenza, la sensazione che ci sarebbe stato prima o poi un conto da pagare, ma quei ragazzi erano motivati da un forte spirito cristiano e la gratuità era la prima regola.

    La cena settimanale con i “barboni” venne da subito chiamata Cena dell’Amicizia e dai primi pochi ospiti si arrivò in pochi anni ad avere tutti i martedì un folto gruppo di circa 50 assidui frequentatori che trovavano in quei giovani una famiglia. E anche il gruppo dei volontari crebbe parecchio, eravamo in prevalenza giovani, studenti o lavoratori, ma c’era anche qualche persona matura che dedicava tempo alla cucina o al guardaroba. L’impegno era forte, l’amicizia verso gli Ospiti si allargava nel seguire a casa chi una casa ce l’aveva, nell’accompagnare la storia di vita di chi si ammalava, nel superare le difficoltà di rapporto con personaggi dal carattere ostile. Il gruppo dei volontari cominciò a riunirsi dopo la cena per discutere insieme i problemi e decidere come intervenire: sul verbale ingiallito di un martedì sera di quasi 40 anni fa leggo, per esempio “ Pagani Italo: dato che cammina con molta fatica abbiamo deciso di includerlo tra gli ospiti da riaccompagnare, visto anche che abita abbastanza vicino ad Arcangelo”. Arcangelo era un “ragazzo del 99” ormai quasi cieco, Italo aveva fatto la stessa esperienza di andare in guerra a 18 anni, ma 35 anni dopo, in montagna, durante la Resistenza; non era vecchio ma l’alcool l’aveva ridotto male; si chiamava come il mio parroco, nome e cognome, e chiedeva l’elemosina fuori dalla mia parrocchia; poi un volontario della Cena l’aveva accolto in casa sua e in seguito aveva ottenuto un alloggio popolare; andavamo a turno a tenergli la casa in ordine e lavargli la biancheria; se finiva al pronto soccorso faceva chiamare me, diceva che ero sua nipote.

    Nelle nostre riunioni cercavamo di capire meglio la realtà sia degli Ospiti che dei servizi esistenti sul territorio, per affrontare nuove battaglie per i diritti di tutti. Il gruppo prendeva atto dei propri limiti, cercando nuove vie per superarli. Rileggendo i documenti degli anni 70 e 80 si trovano le parole di Don Franco, i sogni di Ermanno Azzali, gli insegnamenti di Don Colmegna, ma anche una scelta di forte laicità e apertura e sempre e comunque “la voglia di fare” di tutti per essere di aiuto ai nostri amici.

    L’essere gruppo è sempre stato fortemente motivante, ha creato aggregazione, senso di appartenenza; per sostenere i costi del cibo i volontari si sono da sempre autotassati, in un documento del 1987 si parla di 4.000 lire a testa ogni martedì più un contributo mensile libero; e sull’esempio dell’Abbè Pierre si faceva autofinanziamento con l’Operazione Formiche, la raccolta della carta porta a porta in tutta la parrocchia; la raccolta differenziata non esisteva e la carta aveva un valore, come ben sapevano gli “strascèe”.

    E c’erano i momenti di vita comunitaria, le “due giorni” di approfondimento e discussione del gruppo volontari e le “due giorni” con gli Ospiti, una cosa davvero straordinaria: cominciammo a portare gli ospiti, magari una trentina di persone cariche di un incredibile assortimento di problemi, a fare una gita con pernottamento, prendendo pulmini in prestito ( e anche facendo benzina invece che gasolio…con le conseguenze del caso) e portando decine di lenzuola e tutto il cibo necessario.

    Quante generazioni di volontari sono passate dalla Cena dell’Amicizia? Quante storie d’amore e quante famiglie sono nate dagli incontri avvenuti nel gruppo? Quante? Per molti dei giovani di allora la Cena ha creato una sorta di dipendenza, le amicizie con gli Ospiti sono durate decenni; e lo stile non è cambiato: a 50 anni dalla sua nascita la Cena del Martedì ha ancora la stessa qualità, la stessa freschezza nei rapporti tra volontari e Ospiti, la stessa disponibilità e apertura per cui il contatto non si riduce al momento della Cena ma si allarga al resto della settimana, con l’offerta di aiuto e di accompagnamento per affrontare i problemi di ciascuno.

    Ma “la voglia di fare” ci spinse negli anni 80 a cercare di costruire qualcosa che offrisse una via di uscita dall’emarginazione almeno a qualcuno dei nostri amici; ci abbiamo messo qualche anno per elaborare un progetto realizzabile, e quando è successo non è stato per caso, ma perché l’avevamo fortemente voluto. E così nel 1985 ci siamo costituiti in Associazione, per poterci mettere più facilmente in relazione con le varie istituzioni, e nel 1989 – possiamo ben dire a mani nude – siamo riusciti a costruire la nostra piccola comunità, il Ce.N.A., Centro Notturno di Accoglienza, in Comasina. Eravamo solo un gruppo di volontari, non c’erano dipendenti né personale professionalmente preparato, sicuramente avremo fatto molti errori, eppure fin da subito qualche percorso di successo con persone affette da problemi psichici o con una lunga storia di alcolismo ci fecero capire che si poteva fare qualcosa di determinante nella vita delle persone. E naturalmente c’era Ermanno, che a quel punto fece la sua scelta di vita e si dedicò a tempo pieno alla gestione della casa. E c’erano gli obiettori di coscienza, prima volontari della Cena, poi inviati dalla Caritas diocesana. Molti di loro possono raccontare in che modo il servizio in Cena è stato un passaggio determinante nel loro percorso.

    Sono passati altri 28 anni da allora, quasi 300 uomini di ogni età sono passati dal nostro Centro Notturno, pochi ne sono usciti nelle stesse condizioni, moltissimi hanno ricevuto l’aiuto e la spinta che li ha portati almeno un gradino più in su rispetto a quello da cui erano partiti, tanti sono ancora con noi perché anche nella loro nuova vita autonoma mantengono con la Cena e con le persone che ci lavorano, volontari o operatori, un rapporto privilegiato di fiducia e di amicizia.

    E non solo gli uomini sono stati accolti, ma anche le donne, per le quali è stato aperto nel 2002 il Centro Notturno Femminile, in una fase in cui ancora per le donne in difficoltà non esisteva nulla; in 15 anni di attività abbiamo accolto e accompagnato donne maltrattate, abusate, migranti, disabili, malate psichiche, alcoliste; almeno tre di loro sono le mie più fedeli corrispondenti via whatsapp, anche se ormai sono indipendenti da anni.

    Anche l’Associazione è costantemente cresciuta e si è strutturata per adattarsi alle nuove richieste e per inventare nuove risposte ai bisogni di sempre; offrire un tetto stabile è stata sempre la nostra ambizione, fin dalle prime volte in cui ci siamo seduti a tavola con una persona che, finita la cena, non aveva una casa in cui tornare per dormire al riparo. E così, dopo un primo esperimento di appartamento protetto iniziato nel 1992 grazie ad una casa in affitto messa a disposizione da una volontaria, nel 1997 è nata la prima rete di 10 appartamenti ristrutturati e gestiti da Cena per dare un’opportunità di autonomia a chi aveva completato il suo percorso nei nostri Centri di Accoglienza. Questa rete, estesa in seguito con l’aggiunta di altri 10 appartamenti ALER, di un monolocale donato da una famiglia in favore di Antonio Taddei, un Ospite del martedì che la Cena aveva praticamente “adottato”, e da quest’anno anche dello spazio che prima ospitava il Centro Femminile, è attualmente in grado di accogliere stabilmente circa 35 persone, compresi anche alcuni bimbi di mamme sole.

    Siamo ancora, tenacemente e per scelta, un’Organizzazione di Volontariato, che per legge deve svolgere le sue attività in modo prevalente grazie al lavoro volontario; è ancora così, anche se educatori e psicologi sono diventati indispensabili per dare continuità ai progetti dei nostri Ospiti e per avere una relazione stabile con il Comune di Milano e le altre istituzioni e servizi del territorio. La Cena è nei fatti una piccola azienda, un datore di lavoro, con tutti gli obblighi del caso: ma non potremmo tenere i nostri centri e i nostri appartamenti aperti 365 giorni all’anno con solo 6 operatori se non potessimo contare sulla presenza regolare, organizzata e fedele dei volontari.

    Cena dell’Amicizia ha una caratteristica preziosa, che non è mai andata smarrita, nonostante le generazioni di volontari che si sono succedute e gli innumerevoli scogli che ha dovuto superare. La nitida consapevolezza della sua missione: combattere l’emarginazione offrendo un sostegno concreto alle persone attraverso relazioni di ascolto, accoglienza, accompagnamento. Ha offerto il suo aiuto a centinaia di uomini e donne ma ha anche imparato a chiederlo, e lo ha sempre ricevuto, grazie alla presenza generosa, personale, partecipe dei nostri sostenitori. Don Franco avrebbe ringraziato la Provvidenza: sicuramente il sostegno di tanti ne rappresenta l’espressione tangibile.

    Carluccia Gussoni- Presidente di Cena dell’Amicizia

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